Breve storia della falconeria
Le origini della falconeria si perdono nella
notte dei tempi, ma è verosimile
che le tecniche per
addestrare gli uccelli da caccia siano state " inventate "
in modo indipendente in più luoghi diversi, probabilmente nell’estremo Oriente (Cina, Mongolia ) e nel medio
Oriente. Diversi storici hanno suggerito l’ipotesi che i falchi venissero addestrati in Cina fin dal 2000 a.C. circa, ma la testimonianza più antica che
si possa considerare certa è un basso rilievo che illustra un falconiere con il suo falco trovato nelle rovine di
Khorsabad e che risale al regno del Re Assiro Sargon, vissuto intorno al 750 a.C. circa.
In Europa la falconeria fu introdotta probabilmente dalle popolazioni che l’invasero nell’alto medioevo dall’est, forse dagli Sciiti o dai S’armati che cavalcarono in
Europa dalle steppe della Russia e certamente era praticata dagli Unni di Attilla.
In seguito raggiunse il culmine come "istituzione" nella società feudale medioevale sia nell’Europa Cristiana sia nell’Islam.
I più antichi trattati di falconeria risalgono al VII-VIII secolo, e furono
scritti, in lingua araba, alla corte di Baghdad su volere del califfo
al-Mahdì , con il titolo di: "Al Gitrif Ibn Qudama Al-Gassani"
(Kitab Dawari at-tayr "Trattato sul volo degli uccelli"),
un insieme di culture risalenti da diverse etnie Bizantine, Persiane,
Turche, Indiane.
Quattro secoli dopo, l'Imperatore Federico II
di Svevia avrebbe fatto tradurre dall'arabo in latino, il
trattato"Moamin e Ghatrif" (stessi contenuti del
trattato sopraccitato, con titoli diversi) senza che si sappia come o dove
egli se li fosse procurati.
Il Moamin è a tutt'oggi il trattato del quale si conserva il
maggior numero di manoscritti nella versione latina; fu tradotto in
francese e in italiano, e ne esiste anche una versione spagnola
indipendente.
I più antichi trattati composti in area siculo-normanna, tramandati con i nomi di Dancus
rex e Guillelmus falconarius, utilizzano procedimenti compositi
tra loro simili, che originano da una medesima istanza culturale. Entrambi intendono
infatti rendere omaggio alle insuperate
conoscenze tecniche di un medesimo falconiere, tale Guglielmo, il cui
sapere intendono mettere per iscritto. Poco si sa di Danco, testimonianze
scritte dal re Gallaciano che volle far visita al re, per verificare
personalmente la vita di corte islamica in Sicilia. Introdotto in una
stanza profumata, dalle pareti e dal soffitto magnificamente ornati, dove
l'ospite lo accoglie da un letto d'avorio ricoperto da tessuti preziosi,
Gallaciano resta stupefatto, si rende conto di come re Danco sia
ugualmente esperto in altre arti, almeno altrettanto straordinarie e
desiderabili di quella della falconeria. Ma non e solo questo a
determinare in lui una risposta di completa fiducia; è sopratutto la
manifesta coincidenza di parole e azioni a provocare in Gallaciano
il desiderio di rinunciare agli attributi della propria regalità
per "obbedire a Danco" quasi si trattasse di una
conversione interiore.
L'arte della falconeria vale dunque un regno? Sì, se essa è simbolo di
un sapere più vasto, che è un provvedere e un escogitare insieme: provvedere
alla sopravvivenza dei propri sudditi, attraverso l'esercizio di un
potere che misura la propria efficacia nel riuscire a escogitare risposte
adeguate alle necessità del momento. Vista in questa prospettiva, la
falconeria è molto più di uno svago signorile ambizioso perchè
difficile da praticare: è l'emblema stesso dell'arte di ben governare su
cui si fonda il potere del re.
Chi era Guglielmo? Guglielmo era figlio di un falconiere napoletano e
discendente di un tale Martino, esperto in falconeria, forse stato
allevato alla corte di Ruggero II e, (regnò dal 1130 al 1154) a sua volta
divenuto maestro falconiere, avesse a lungo servito il re Guglielmo I (
regnò dal 1154 al 1166). Si suppone che la redazione dei trattati (o
almeno del secondo dei casi) sia avvenuta dopo la morte del falconiere
Guglielmo, la datazione sarebbe della seconda metà degli anni 50 del XII
secolo.
Così si apre il primo trattato, ripartiti in
trentadue capitoli, contro le malattie dei rapaci. Nei tre capitoli
centrali (i più lunghi), vi è compreso l'addestramento dei rapaci, le
loro specie e le caratteristiche venatorie,"De
ardimento""De naturis falconum""De gentilitate".
Guillelmus riprende il medesimo ordinamento della materia, facendo
peraltro costante riferimento alla trattazione del Dancus, alla
quale non sembra voler allegare che supplementari indicazioni di carattere
farmacopeico.
Nel XIII secolo, l'Imperatore, Federico II scrisse il trattato di falconeria "De arte venandi cum avibus"
si compone di sei libri la prima parte tratta l'ornitologia, le altre parti delle varie specie dei falchi da caccia, di come si addestrano i falconi nella caccia su diverse
prede, usando diversi tipi di falconi, tra i temi trattati nei sei libri manca sulla cura da riservare ai falchi durante la muta e sul trattamento di alcune malattie. Ci sono nel testo altri riferimenti ed ulteriori approfondimenti del tema della muta in
se', un libro sarebbe dedicato
agli sparvieri, e dei falchi neri, argomenti che non appaiono in nessuna delle edizioni giunte fino ai nostri giorni. Naturalmente Federico si valse anche dei consigli di esperti, soprattutto del vicino Oriente, utilizzando cio' "che meglio sapevano". Oltre all'apporto
naturalistico alla stupefacente quantita' di dati originali (Momin e
Ghatrif), il trattato di Federico contiene anche alcune personali opinioni sull'uomo e sul suo rapporto col mondo della natura. Il falconiere ideale corrisponde "al ritratto dell'uomo completo, quale l'Imperatore lo
immaginava": un uomo dedito solo all'arte venatoria, alla quale subordina la fame, la sete, persino il sonno. Tralasciando le indispensabili cognizioni pratiche, si esigeva che possedesse una perfetta padronanza di
se', solida intelligenza, acuta memoria, coraggio e tenacia,
tutte qualita' capaci di fare un elemento adatto anche a superiori servizi di Stato: e lo dimostra appunto il fatto che molti grandi funzionari imperiali si esercitarono in gioventu' al duro tirocinio della falconeria.
Per il falconiere - scrisse Federico - " ogni cosa deve nascere dall'amore che egli portera' alla sua arte ". Un'arte, cosi' spesso egli la definiva, che esige un perfetto esercizio, intendendo con cio' la necessita' e la forza di domare, con la sola superiorita' dello spirito, gli uccelli rapaci, gli animali piu' liberi e mobili del
creato.
E' appunto questo presupposto che rende l'arte di cacciare con gli uccelli " nobilior et dignior ", piu' nobile e degna di tutti gli altri metodi di caccia. Non con la forza, ma solo con la sensibilita' e l'ingegno, l'uomo puo' ammaestrare il rapace al punto da
farlo volare libero in cerca di preda per poi liberamente tornare a posarsi sulla sua mano. " Rapaci che temono la vista e la vicinanza dell'uomo, imparano grazie a
quest'arte a fare per utile dell'uomo cio' che fino allora facevano spontaneamente per utile proprio ".
Federico si riferisce, in proposito, non solo ad una mutazione delle abitudini ma ad un vero proprio nuovo istinto: " Nel corso del tempo, queste caratteristiche acquisite con la durezza e la costanza diventando negli uccelli una
particolarita', una consuetudine, una nuova; ed
e' questa la ragione per la quale la caccia col falcone acquista un significato che, secondo
Federico, e nostra, trascende il divertimento e la maestria venatoria, per assurgere ad altezza
d'arte, egli stesso citò le seguenti frasi: "Quod totum procedet ex
amor" poiché
tutto ciò proviene dall'amore. (accetto
consigli su traduzione, grazie)
Anche Dante Alighieri nella sua "Divina Commedia" cita in diversi canti
i falconi, e sul loro uso
-nella falconeria-, tra' le piu conosciute: "Inferno, canto XVII 127/136"
cita il volo del falcone.
E chiaro che i canti citati da Dante, non hanno niente a che vedere con la falconeria, ma senza ombra di dubbio conosceva
quest'arte, a tal punto da paragonare le tecniche usate in falconeria, ciò
che lui vedeva nei personaggi di
quel tempo.
Altri nobili menzionarono in libri storici i falconi e la falconeria, dai
Gonzaga,
gli Estensi, i Galeazzo Visconti, i Ludovico Sforza, i Malaspina, e tanti altri nobili signori, che pur di avere il miglior falcone davano in cambio immensi
patrimoni.
Cito un esempio: nel XVI secolo, Gregorio Casale, ambasciatore inglese presso la Corte papale, ringrazia Federico II
dei Gonzaga, da poco innalzato alla dignita' di duca, per il dono di falconi inviati alla maesta' di re:
[...] Da soi falconeri Vostra exellentia havera' inteso quanto li soi falconi habino satisfato a questa Regia
Maesta', et quanto gli resti obligata
[...]
Mario Equicola nella sua Historia racconta come FrancescoII
dei Gonzaga onorasse di marmorea sepoltura alcuni tra i suoi falconi favoriti.
Con poesie incise sul marmo:
Proprio io, celato in un falco di splendido marmo, senza pari ero fonte di fama pel signore
Gonzaga. Rapi' me, degno di lunga vita, la morte invidiosa che' non potesse il mondo vantarsi d'un uccello si' degno.
Durante questo periodo, i falconi furono tra i beni più preziosi degli Aristocratici, rigide leggi e norme complesse ne regolavano il possesso. Severe punizioni erano inflitte a coloro che disturbavano o comunque
danneggiavano i falchi selvatici, prelevavano giovani dai nidi senza la debita autorizzazione o rubavano falchi altrui. Ogni gradino della scala sociale aveva un falcone o un altro falco come simbolo del proprio rango. In un testo pubblicato nel XV secolo si legge che l’Aquila reale (Aquila chrysaëtos) era riservata all’Imperatore, il Girifalco
(Falco rusticolus)
al Re, il Falco pellegrino
(Falco pellegrinus) femmina ai Principi, ai Duca, e Conti. Il Pellegrino
maschio (detto terzuolo, perché più piccolo della femmina di 1/3) al Barone; il
Falco sacro (Falco cherrug)
al
cavaliere,
il Falco lanario
(Falco biarmicus) al Nobile di campagna; lo
Smeriglio (Falco columbarius) alla Dama; il Lodolaio
(Falco
subbuteo) ai paggi; mentre i falchi " ignobili " erano destinati alle classi
sociali inferiori; così il temutissimo Astore
(Accipiter gentilis) femmina ai piccoli proprietari terrieri; l’Astore maschio
ai poveri; la femmina di Sparviere
(Accipiter nisus) ai preti, e il maschio (detto moschetto) ai chierici di rango inferiore.
L’uso del fucile per la caccia, e la gestione intensiva delle riserve, oltre a sconvolgimenti sociali e le guerre in tutta Europa, portò a partire dal XVII secolo a cambiamenti che nell’arco di un centinaio d’anni
condussero al declino della falconeria. All’inizio del XX secolo, l’atteggiamento dell’uomo verso i falconi, appare ormai completamente ribaltato, e per lungo tempo il nobile Pellegrino e tutti i suoi parenti, considerati animali nocivi dai guardiacaccia, cacciatori, contadini,
e allevatori di piccioni viaggiatori. I falchi erano abbattuti senza pietà, avvelenati, catturati con trappole, le loro uova e i piccoli erano distrutti nei nidi. Durante questo periodo, la caccia ai falchi divenne una vera e propria branca della caccia, e molti falconi cadevano(
nel periodo di passo) sotto il piombo del fucile. Come se questa carneficina non bastasse, all’inizio del XIV secolo si diffuse la "moda " di "collezionare uova d’uccelli", e naturalmente le uova dei falconi erano particolarmente ricercate, a causa della loro
gran bellezza, della rarità e dalla difficoltà di procurarsele. Durante questo periodo un pugno di falconieri continuo' a praticare la falconeria, spesso si trattava di membri di piccole ed esclusive associazioni. Dal XVIII secolo in poi, i falconieri furono praticamente i soli a
difendere i falconi dalla distruzione a tappeto, e a sostenere la loro bellezza, e l'utilità nella complessa trama della natura. Bisogna dire apertamente che i falconieri sono stati e continuano a essere fra i più attivi protezionisti delle specie selvatiche dei falchi.
Contemporaneamente nacquero centri di recupero rapaci, società di appassionati di falchi e organizzazioni per la riproduzione in cattività in tutto il mondo.
Alcune
persone si oppongono alla falconeria, per motivi etici o religiosi, soltanto perché si tratta una forma di caccia, un’attività in cui si versa del sangue e si uccidono altri animali, altri ancora si oppongono perché sostengono che e inumano e crudele tenere una creatura
selvatica in cattività. Facciamo presente che i falconi di proprieta' dei falconieri, volano liberi giornalmente senza impedimenti, avendo la possibilita' di reindrodursi in natura (cosa assai improbabile in quanto il rapace
instaura un'ottima collaborazione con l'uomo).
|