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(GlobaLocale)


La Divina commedia in Friuli
di
ermes dorigo

I codici miniati

Nel 1921, sesto centenario della morte di Dante, a Udine si tengono presso la Biblioteca Civica una serie di conferenze con un tale successo che "per limitare la ressa del pubblico… si fece pagare una lira l'ingresso". Antonio Fiammazzo nella sua relazione, L'ultima parola sulla questione del codice 'bartoliniano', fa riferimento all'esistenza in Friuli di ben cinque codici: il Bartoliniano, appunto, il Fontaniniano, il Florio (del quale fa anche una descrizione, nella quale si sottolinea la presenza alla fine del poema del Capitolo o Divisione, sommario in terza rima, dedicato da Jacopo Alighieri a Guido da Polenta), il Torriano, il Claricini. I primi due sono conservati, rispettivamente, nella Biblioteca Bartoliniana del Seminario Arcivescovile di Udine e nella sezione antica della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli.
Il Ms. 200 della Guarneriana non ha suscitato problemi particolari. Il codice, generalmente assegnato al Trecento exeunte, di scrittura minuscola cancelleresca di mano toscana (anche se il Contini afferma che "la patina da cui è connotata la seconda parte del testo… o è periferica o porta addirittura fuori di Toscana") , comprende l'Inferno (con dei versi mancanti nel XXIV e XXV canto) e i primi tre canti del Purgatorio (con alcuni versi del IV). Dal canto IV al VII della prima cantica nella colonna a destra appare la versione metrica in 506 distici latini, considerata la più antica del poema dantesco; i primi tre canti sono accompagnati da un commento volgare, identificato con l'Ottimo; tutto il resto, tranne il IV, è accompagnato dal commento latino "benché non continuato" di ser Graziolo de' Bambaglioli, giudicato di "scarso valore", ma importante perché sembra venire subito dopo quello di Jacopo Alighieri, tra il 1323 e il 1324, ed essere quindi uno dei più antichi. Il Purgatorio è privo di commento. Ci sono le iniziali miniate (nella "N" iniziale del poema è raffigurato Dante intento a scrivere la Comedía nel suo studiolo) per i primi sette canti dell'Inferno e nove illustrazioni, tre policrome, tre acquerellate e le ultime tre a penna e di mano più tarda.  "Le miniature policrome e i disegni acquerellati rientrano, per il loro carattere stilistico, nell'ambito pittorico fiorentino del primo Quattrocento", come stanno a dimostrare le decorazioni e l'organizzazione delle scene, e la Dupré Dal Poggetto le data al 1420 e ne attribuisce alcune, se pur con cautela, al miniatore fiorentino Bartolomeo di Fruosino, che nello stesso anno avrebbe miniato l'Inferno nel codice che si trova alla Bibliothéque Nationale di Parigi.
Più complessa è la vicenda del codice 'bartoliniano', Ms. 50, che contiene tutte e tre le cantiche. Membranaceo, appartenuto dagli inizi del 1700 a mons. Filippo Del Torre di Cividale, poi vescovo d'Adria, acquistato dal conte Antonio Bartolini nel 1817 , fu da lui assegnato alla metà del secolo XV e retrodatato verso la metà del XIV dal Witte. Il codice venne fatto rilegare dal Del Torre e "il legatore non si fece scrupolo alcuno di ritagliarne i larghi margini e di sacrilegamente sopprimervi, con parte dei fregi, altresì preziose giunte antiche". Esiste anche una descrizione manoscritta di mons. Giuseppe Vale: "Corsivo quasi umanistico su due colonne. Iniziali con disegni in rosso e azzurro.  Legatura in tutta pelle rossa, sul dorso impresso in oro DANTE. Racchiuso in busta di cuoio color maron, con impressioni in oro". Comunque la reprimenda del Fiammazzo è tutta contro l'edizione manipolata del codice fatta da  Quirico Viviani a Udine nel 1823 presso i Fratelli Mattiuzzi (da qui il titolo della sua relazione), il quale, accusato di aver "scientemente e artatamente" alterato il testo, era già stato etichettato di "ciurmeria": " Dinanzi all'improntitudine di cotesto falsario perfino di facsimili… dinanzi a sì sfacciata improntitudine basti un'esclamazione sola per cotest'editore: Miserabile!" Il Viviani - che, per colpire la fantasia e accreditare la presenza di Dante in Friuli, ospite di Enrico II, conte di Gorizia, aveva fatto disegnare in fronte al primo canto Dante nella grotta di Tolmino, giurisdizione del conte, e aveva capziosamente alluso al fatto che il codice "dovesse essere scrittura o dettatura dello stesso autore" - non volle seguire per la sua edizione i consigli di nessuno, neanche quelli del prestigioso Vincenzo Monti; il più duro censore di tale edizione fu il Foscolo, che subodorò la frode, e il più accurato poi fu il Witte, che dovette attendere fino al 1827 per poter consultare il codice, ormai passato alla Biblioteca Arcivescovile, che il Viviani gli aveva impedito di esaminare, e trovò, con un certa esagerazione secondo il Fiammazzo, che "quasi ogni verso era stato deturpato da correzioni e raschiature", mentre il testo si presenta così, secondo la descrizione di quest'ultimo: "Qua e là, specie nelle prime carte, lettere o segni grafici rinfrescati, e da per tutto correzioni e giunte  di bella, se non sempre colta, né sempre unica, mano antica; qualche correzione, o giunta interlineare, di inesperta mano recente… I segni ortografici (non) si possono dire tali… La lettera che viene via via ingrossando, e speciali ragioni interne, farebbero ritenere non unica la mano in tutte tre le cantiche".

L'illustrazione a stampa: Francesco Fontebasso e Tolmezzo

Per avere una nuova edizione illustrata della Divina Commedia dopo il 1596 bisognerà attendere quella veneziana presso l'editore Antonio Zatta del 1757-58.
L'edizione in tre volumi, "con varie annotazioni, e copiosi rami adornata" è dedicata alla "Sacra Imperial Maestà di Elisabetta Petrowna, Imperatrice di tutte le Russie ec. ec. ec. dal Conte Don Cristoforo de Cisneros". Ogni canto è illustrato da una tavola, che raffigura un episodio; inoltre l'Inferno contiene anche sette tavole 'adulatorie' (basti pensare alla prima in cui è raffigurato Dante che offre l'opera al Doge Francesco Loredan, o a quella dove la dedicataria dell'opera, Elisabetta appunto, invita a convito i sei poeti di "cotanto senno" del Limbo).  Le incisioni, opera di diversi artisti e disegnatori, non sono quasi mai all'altezza della cura e dell'impegno editoriale; si distinguono per qualità e per una certa ariosità compositiva, ma nulla però hanno della tensione dell'opera dantesca, quelle di Francesco Fontebasso, allievo di Sebastiano Ricci, ma sensibile anche ai moduli della pittura di Giambattista Tiepolo: cinque dell'Inferno, sei del Purgatorio, sette del Paradiso (alcune delle quali illustrano questo scritto). La figura di questo artista è legata alla Carnia per la grande pala dell'altare maggiore del Duomo di Tolmezzo, raffigurante la Madonna in trono con bambino e i Santi Martino e Domenico; datazione presunta: 1762-64.  Ora, evidentemente, il suo atteggiamento encomiastico deve essere stato molto apprezzato negli ambienti della corte dell'Imperatrice, al punto che " nel 1760 fu chiamato a Pietroburgo per decorarvi il Palazzo d'Inverno; quivi resta di lui la decorazione della Chiesa del Castello, e il soffitto dell'Accademia Imperiale che lo ebbe professore nel 1762 ", l'anno dell'incoronazione della grande Caterina. Tornò a Venezia nel 1763 e continuò la sua attività di piacevole decoratore. Quindi la pala d'altare di Tolmezzo va datata dopo questo anno. Non mi sono soffermato su quest'opera - lo Zatta ne editerà un'altra nel 1784 con le incisioni di gusto classicistico di Cristoforo Dall'Acqua, ma sostanzialmente minor rispetto alla precedente - solo per questo indiretto riferimento alla Carnia, ma perché essa nell'insieme delle raffigurazioni, che ci mostrano un Dante un po' svampito, che compie una scampagnata sullo stile dei poemi pastorali dell'epoca, con l'assurdo sonetto dedicatorio e la dedica all'opaco Doge Loredan rivelano la crisi irreversibile della società nobiliare, che non può assolutamente capire e far propria la forza creativa, etica e civile, 'vichiana', di Dante, come avverrà invece nella figura del "ghibellin fuggiasco" del Foscolo e nel 'pittore della libertà', Delacroix, ne La barca di Dante, dopo aver attraversato la visionarietà di Blake e gli incubi di Füssli.