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(GlobaLocale)


Elisa
Segnini

Le scarpe di Basilio

    Incontrai Basilio una fredda sera di novembre, mentre battevo i denti aspettando un taxi nella dodicesima strada. Illuminata dalle insegne al neon che costituiscono l'anima notturna di New York, quella figuretta sottile sull'altro lato della strada non appariva poi diversa dai migliaia di balordi che affollano la grande mela. Avviluppato in un mantello scuro, saltellava nervosamente da un piede all'altro per evitare di congelarsi, facendo tintinnare la campanella argentata che portava al polso. Mi ricordava i predicatori che affollavano le strade la domenica mattina, soltanto che invece di sventolare volantini, si guardava attorno con aria spaventata. Ogni volta che una macchina gli sfrecciava accanto si portava le mani alle orecchie e lasciava andare un grido doloroso… eppure la gente gli passava accanto impassibile, accorgendosi della sua presenza, ma evitando saggiamente di notarlo. Mi piacerebbe potermi vantare di aver riconosciuto in lui una persona speciale fin dall'inizio, ma non posso negare che anch'io, probabilmente, gli sarei passato davanti senza rallentare il passo, non fosse stato per le sue scarpe. Erano calzature incredibili, qualcosa di simile a delle pantofole orientaleggianti, giallo ocra, con la punta rivolta all'insù. Ecco, pensai, che cosa manca alla mia collezione invernale! 
Erano giorni che mi arrovellavo il cervello a cercare quel tocco che avrebbe reso le mie creazioni per la prossima stagione assolutamente indimenticabili. Quell'anno andavano i colori caldi: rossi, gialli, marroni… quelle fantastiche calzature giallo ocra erano la macchia di colore che mancava ai miei modelli. Dovevo assolutamente averle. Così attraversai la strada senza neppure guardare a destra e a sinistra, cercando di farmi strada trai passanti a gomitate e di seguire il suono della campanella…
"Buona sera signore," gridai nell'inglese più cortese di cui fossi capace, quando l'ebbi quasi raggiunto. "Mi permetta di presentarmi…"
Quel buffo ometto si fermò tutto d'un tratto, sollevò l'ampio cappello e si inchinò frettolosamente. Ci fissammo in silenzio per un paio di secondi, mentre la gente cominciava a sbatterci addosso disorientata… Le strade di New York, si sa, non sono il posto ideale per fermarsi a chiacchierare. Quando gli americano hanno fretta, hanno fretta sul serio…
"Sono uno stilista italiano e mi chiedevo se…" le parole mi morirono in gola, o forse la lingua mi si atrofizzò per il freddo. Quello che avevo inizialmente concepito come un dialogo elementare era degenerato in una situazione assurda. Lo strano ometto continuava ad esaminarmi con i suoi piccoli occhi grigi… mi fissava come se fossi stato io, tra i due, quello vestito da buffone, nonostante il completo da 900 dollari. Quali erano le parole giuste? Come sarei uscito da quella situazione pazzesca? Furono le pantofole a salvarmi. Vi lanciai un'ultima occhiata e, dando un calcio a tutte le convenzioni della buona società americana, dissi: "Le andrebbe un panino? Le offro la cena." L'ometto non rispose ma mi seguì ballonzolando sulle sue scarpette ocra. Stile Liberty, pensai, ricorda le linee morbide dei medievalisti inglesi, dove l'armonia delle forme si fonde con la magica atmosfera di un mondo da fiaba… Già vedevo il trafiletto sui giornali.

    Fu mia moglie a scoprire come si chiamava, spalmando l'undicesimo toast con burro di arachidi e marmellata. Avevo temuto che si sarebbe irritata accusandomi di voler trasformare la nostra casa un ricovero per vagabondi, invece sembrava più che entusiasta di avere qualcuno con cui chiacchierare. Il fatto che il nuovo venuto fosse capace di apprezzare la sua cucina l'aveva scossa dal suo stato di torpore perenne e aveva fatto sì che le sue gote stanche si colorassero di sincero entusiasmo. Quando l'ospite ebbe terminato l'ultimo toast di burro e marmellata, Anna gli porse il barattolo del gelato, con lo stesso fare cerimonioso con cui una sposa offre una fetta della sua torta nuziale. 
"Immagino che tutti i fast-foods fossero strapieni stasera…" cominciò mia moglie "Ma avete fatto benissimo a venire a casa. Aspettavo di avere un po' di compagnia per aprire il gelato…"
Accortasi di come il nostro ospite sembrasse incapace di comprendere l'inglese, si convinse che doveva essere straniero. Tutta presa dalla sua intuizione, cominciò a rivolgergli frammenti di frasi in spagnolo, in francese, in portoghese. Il fatto stesso di tentare la faceva star bene, perché Anna odia ed ha sempre odiato l'inglese, una lingua che, dice, è troppo breve e nervosa e s'inceppa inevitabilmente sulla sua lingua. Ancor più dell'inglese, ha inoltre sempre detestato gli americani, così il fatto che il nuovo venuto si rifiutasse di parlare, oltre all'avere un appetito incredibile, era un altro punto a sua favore. Tuttavia ella esaurì presto tutte le lingue che sapeva e, dopo aver sventagliato di fronte a sé le mani come nervosi ragni albini --un gesto abituale di quando ha fumato troppo-- stava per rinunciare quando le venne un'ultima illuminazione, e buttò lì un paio di frasi in dialetto veneziano. Quale non fu la mia sorpresa quando vidi gli occhi del nostro amico illuminarsi ed egli aprì per la prima volta bocca! Anna si alzò in piedi esultante e, in un moto di eccitazione, rovesciò persino la coppetta del gelato per terra. Aveva trovato un compatriota, e che cosa poteva chiedere di più, lei che viveva circondata da un'alone di nostalgia per la sua città natale…
Dapprima il dialogo si rivelò un po' stentato, poiché quel buffo ometto aveva un accento del tutto diverso e adoperava costruzioni verbali che mi ricordavano le versioni di latino del liceo, ma in breve i due riuscirono ad intendersi a meraviglia. Non potevo dire di cavarmela altrettanto bene… originario di Milano, avevo passato gli ultimi anni a fare la spola tra New York e la mia città natale, tra una sfilata e l'altra. E nel mondo della moda, si sa, l'inglese è d'obbligo, cosicché trascinavo ormai la calata americana anche nella mia lingua madre; negligenza trascurabile per cui Anna, però, mi avrebbe volentieri appeso al lampadario del salotto. Quella sera, comunque, ella era così di buon umore che si prestò a farmi da traduttore simultaneo, traducendomi, quando non se ne dimenticava, la storia dell'uomo che diceva di chiamarsi Basilio Bortoli, e di essere venuto da molto lontano.

    Destino volle che la mattina dopo dovessi partire per Milano per presentare la nuova collezione. Se New York era la sede dei mie vaghi tentativi di lancio su scala industriale, Milano era pur sempre infatti la capitale della moda. Basilio si era rifiutato di prestarmi le sue scarpe e mia moglie si era rifiutata di accompagnarmi perché desiderava badare al suo nuovo ospite; così mi sentivo solo e triste nel mio sedile di prima classe. Ancora non sapevo di che pensare della storia di Basilio… Egli aveva parlato di Venezia come di un'importantissima repubblica, contesa da tre imperi e governata da un doge. Quando mia moglie gli aveva chiesto quale fosse il suo mestiere, egli aveva risposto che era un mercante di stoffe, ma che trattandosi di un'attività piuttosto instabile, stava considerando l'idea di darsi al commercio del sale. Quest'ultima affermazione mi aveva lasciato un attimo accigliato, perché avevo creduto di cogliervi un'allusione al mio mestiere. Come prova del suo ceto sociale, ci aveva mostrato il campanello d'argento che teneva legato al braccio, che diceva essere un richiamo per i suoi servitori. 
Da una parte quello strano venuto mi piaceva- non fosse stato per il suo rifiuto di prestarmi almeno una pantofola- e dall'altra avevo l'impressione che scolasse vodka con la stessa rapidità con cui divorava il burro d'arachidi. Si era messo a farneticare di rapporti con i Bizantini, di Saraceni e di colonne d'Ercole, e quando mia moglie aveva tirato fuori una cartina e gli aveva mostrato New York, lui aveva dichiarato che si sbagliava e le aveva indicato lo stretto di Gibilterra, accusandoci di non avere una chiara concezione della geografia, non essendo mercanti.
"Oh bella!" avevo esclamato io "E perché mai dovremmo trovarci proprio in quel punto?" Lui mi aveva guardato con condiscendenza, passando un braccio sulle spalle di Anna, e aveva concesso che la mia ignoranza potesse essere causata dal fatto di vivere in una terra stregata. La nostra città era, a suo parere, infestata da enormi cavallette giganti, che facevano un rumore infernale e ingoiavano la gente per poi sputarla fuori in un luogo del tutto differente, e generazioni intere di lucciole erano state sacrificate e spiaccicate per illuminare le vie. I raggi del sole erano stati catturati in pallidi globi e appesi ai soffitti, spiriti maligni apparivano in strane scatole magiche, e noi osavamo ancora insistere che non si trattasse di magia?
Mia moglie era restata praticamente appesa alle sue labbra per tutta la durata della conversazione. Già vedevo poco di buon occhio le sue sedute di yoga e la sua mania per i tarocchi e le sedute spiritiche, ma questo mi sembrava davvero troppo. A quel punto avevo cominciato a rimpiangere di aver portato Basilio a casa. "Non capisci!" mi aveva zittito Anna con un gesto brusco "E' un modo di parlare allegorico. Dev'essere uno studioso di letteratura, o qualcosa del genere. Magari un poeta. Sta parlando allegoricamente della nostra società…"
"Sarà", avevo risposto io. "A me pare che quest'uomo si sia preso una botta in testa".
Basilio aveva compreso ed era saltato sulla sedia dimostrando una sorprendente agilità in quelle gambette corte. "Proprio così! Una bella botta in testa, è stata, mentre tornavo da Bisanzio con il mio bel carico di incenso. Ora tutto sarà perduto…. E chissà come ci arrivo, da qui, al mare!"
Sapevo che Anna si sarebbe adirata se avessi proposto di farlo controllare da uno psichiatra. Del resto, l'avevo portato a casa io… in fondo, che cosa m'importava che lei lo trattasse o no come un ospite di gran classe? Purché la mantenesse di buon umore…
Nel frattempo, messo da parte il pranzo riscaldato la microonde che mi aveva appena servito la hostess, avevo cominciato a sfogliare i mie schizzi. Non mi soddisfacevano. Gli diedi una scorsa un paio di volte ancora e poi, dopo essermi fatto prestare un matita dal mio vicino, cominciai a correggerli. Le maniche si riempirono di sbuffi elfici, i pantaloni divennero aderenti e fasciarono i polpacci… Era evidente che, per quanto potessi tentare di scacciarlo dai miei pensieri, Basilio mi stava influenzando.

    La sfilata fu un successo. I miei nuovi modelli costituirono l'invidia degli stilisti che fino ad allora non mi avevano considerato degno di pulirgli le scarpe, e quando fu tempo di tornare a New York la mia fama era salita alle stelle. Erano passate ormai diverse settimane e fui piacevolmente sorpreso dalla scoperta che Anna, invece di rinchiudersi nella sua stanza tra nuvole di fumo e musiche orientali, si fosse data da fare cercando di lanciare sul mercato i nostri capi di vestiario. Quando scesi dall'aereo, quasi non la riconobbi: fasciata da una giacca di velluto attillata, con i capelli raccolti in lunghe trecce attorcigliate dietro la nuca, sarebbe potuta passare per una delle modelle che passeggiavano sulle mie passerelle. Mi abbracciò calorosamente e cominciò subito a raccontarmi quello che lei e Basilio avevano concluso nel frattempo, assumendo la direzione della fabbrica di vestiti per teen-agers con cui tentavo di finanziare le mie sfilate…ecco che Anna, il cui armadio per anni non era stato costituito che da una decina di vestaglie cinesi, era stata risucchiata nel vortice della moda. Basilio era riuscito a farla partecipe di quel mondo in poche settimane, mentre io vi avevo rinunciato ormai da anni. 
"Finalmente l'hai trovato, quello stile che andavi cercando!" esclamò coprendomi di baci e sporcandomi il colletto della camicia di rossetto. "Un ibrido incerto tra rigore e decadenza… sei semplicemente geniale, amor mio."
Ma lei, scoprii presto, aveva fatto di più. Con l'aiuto di Basilio, aveva trasportato sul mercato di massa quello che io avevo sempre creduto destinato soltanto alle creature diafane che percorrevano le passerelle…. Le ragazzine adolescenti andavano pazze per i nuovi velluti ricamati in oro, per le zeppe vertiginose e le gonne ampie con lo strascico. Basilio si occupava personalmente dei tessuti e Anna aveva calcolato che, con l'avvicinarsi della stagione dei balli delle debuttanti, la nostra cassa si sarebbe riempita al punto che ci saremmo potuti permettere di mollare tutto e partire per l'India.
"Dovremo invitare anche Basilio, però, ha fatto tanto per noi… Si è occupato personalmente della tintura dei broccati e dei damaschi, sai, e ci ha insegnato tutti i trucchi per rendere pizzi e velluti delicati e brillanti…"
Anna insisté perché passassi a salutarlo in ufficio-- il mio ufficio, di cui ormai il piccolo elfo che avevo raccattato sulla dodicesima strada sembrava disporre a piacere-- così prendemmo subito un taxi e ci dirigemmo verso la ditta. Camminare per quei freddi corridoi mi sembrò, all'inizio, infinitamente bizzarro. Mi sentivo gli occhi dei dipendenti incollati addosso, quasi fossi stato un intruso lì dentro. Eppure non era la prima volta che mi assentavo....
Basilio qui, Basilio là … intanto la voce di Anna ronzava incessantemente al mio orecchio sciorinandomi le mille qualità di quello strano individuo ed il suo fiuto straordinario per gli affari. A nulla valeva ch'io cercassi di soffocare quel fastidioso cicalio rispondendo con grugniti e cenni distratti e sbattendo ben bene le suole sul pavimento di marmo.
"E vedessi come gli sono affezionati tutti! Soltanto l'aiuto-disegnatore non lo vede di buon occhio. Quell'ambizioso ragazzo di colore, intendo… non gli va proprio giù che Basilio continui a chiamarlo Saraceno, nonostante lui lo faccia con tuta l'innocenza possibile e immaginabile…"
Non credo avessi nelle vene il crudele germe dell'invidia, tuttavia devo ammettere che bussare alla porta del mio stesso ufficio mi fece un certo effetto.
"Avanti" intimò una voce con un curioso accento nasale..
Ed eccolo lì, Basilio, una figuretta scura in giacca e cravatta intenta a dondolarsi pigramente sulla mia preziosa sedia in cuoio. Aveva appoggiato i piedi sulla scrivania, e calzava ancora quelle magnifiche pantofole color ocra. Esse erano, del resto, l'unico capo di abbigliamento che aveva conservato: era quasi irriconoscibile in giacca e cravatta, e sfoggiava una nuova pettinatura a porcospino che sfidava la forza di gravità. Quei furbi occhi grigi ammiccarono per un istante, poi le labbra si aprirono in un caloroso sorriso di benvenuto ed egli saltò letteralmente giù dalla sedia, pronto a darmi una pacca sulla schiena ed a offrirmi un sigaro, da bravo manager industriale.
"Scampoli di costumi rinascimentali e tracce di opulenza da età dell'oro… L'hai letta, la recensione della tua sfilata? Abiti di cui non sarebbe degno neppure l'imperatore di Bisanzio…"
Fui sbalordito da come Basilio sembrava aver appreso la nostra lingua e le nostre abitudini in così poco tempo. Mi voltai verso mia moglie per chiederle una spiegazione del miracolo, ma lei sorrise e si limitò a sentenziare: "Noi Veneziani siamo gente aperta alle novità…" Poi mi lasciò solo con il nostro ospite, con la scusa di qualche faccenda urgente da sbrigare. Non appena la porta si fu socchiusa, Basilio piombò in ginocchio di fronte a me e disse:
"Per la barba dell'imperatore, mi devi aiutare. Sei l'unico che può farlo."
Confuso, gli diedi una pacca sulla spalla e lo intimai ad alzarsi. "Aiutarti a far cosa?" chiesi.
"A tornare a casa," disse lui. Ho nostalgia di Venezia.
Mi chiesi se Basilio desiderasse semplicemente ch'io pagassi il suo biglietto d'aereo. Lui, come leggendomi nel pensiero, si girò bruscamente e zampettò allegramente fino alla scrivania, consegnandomi in mano un'agenda nera.
"Che cos'è? " chiesi.
"La contabilità della ditta," rispose Basilio. Mia moglie aveva ribadito più volte come grazie alla collaborazione di quello strano ometto le vendite fossero straordinariamente incrementate. D'altronde, visto che i miei modelli, per quanto discretamente apprezzati dagli stilisti, sul mercato erano un fallimento assoluto, mi aspettavo che, al massimo, Anna e Basilio fossero riusciti a ricondurre le vendite a un livello di decenza. Non ero affatto preparato a quei grafici che parevano salire ininterrottamente verso l'alto, e devo aver strabuzzato parecchio gli occhi nel seguire le cifre, poiché Basilio sembrò sollevarsi di cinque centimetri per la soddisfazione.
"Ma come avete fatto?" chiesi.
"Un gioco da ragazzi. Metti due veneziani assieme e non c'è niente che possa fermarli. Poi io sono abituato al commercio… non mi faccio scrupoli neppure a trattare con gli infedeli, come si dice, siamo prima veneziani e poi cristiani. Da noi il commercio è un po' più complicato perché siamo noi a dover seguire le istruzioni dei clienti, non loro ad accettare le nostre. Qui basta creare qualcosa di nuovo, servirsi di quel meccanismo diabolico che chiamate pubblicità e il gioco è fatto."
"oh, beh, immagino…."
Mi ricordai in quel momento della lettera che avevo ricevuto la settimana precedente da mia moglie. Tra un giro di parole e l'altro, Anna aveva cercato di comunicarmi come si fosse convinta che Basilio provenisse sul serio da un'altra epoca, precisamente dallo scorso millennio, visto che non aveva mai sentito nominare Marco Polo. Non ci avevo riflettuto molto perché era un'affermazione abbastanza normale da parte di una donna che si chiudeva in casa se il suo oroscopo non era dei migliori, ma ora ero costretto a prendere in considerazione l'ipotesi. Stranamente, la trovai meno scioccante di quanto pensassi. In fondo, una volta che hai eliminato tutte le ipotesi impossibili, quella che rimane dev'essere quella giusta per forza, per quanto improbabile. E' una legge della logica.
"Io ho aiutato te", disse Basilio. "Ora anche tu mi devi dare una mano. Non posso chiederlo ad Anna, perché non acconsentirebbe mai a lasciarmi andare"
A questo non avevo difficoltà a credere. Mia moglie sembrava ringiovanita di dieci anni.
"Ma come sei arrivato qui?" gli chiesi.
"Te lo dissi la prima sera che ci conoscemmo. Ricordi? Fu una botta in testa. Voi credete di avere raggiunto chissà quale tecnologia, ma i metodi più semplici sono sempre i migliori. Mi ero imbarcato su una nave per Bisanzio, dove avrei dovuto scambiare un carico di stoffe preziose con incensi e profumi. Non eravamo ancora arrivati alle coste dalmate che gli schiavi a bordo si ribellarono, e tra uno di loro vi era appunto uno di quei saraceni che praticano la magia nera. Egli si avvicinò balbettando parole incomprensibili, e io mi misi a ridere e sputai per terra- non avrei dato un soldo per la sua magia. Be', non avevo ancora finito di ridere che egli diede la spinta finale alla sua magia colpendomi con uno dei remi di bordo. Ed ecco il risultato: quel marrano deve avermi spedito oltre alle colonne d'Ercole, ed eccomi qui ai confini del mondo. A nessun umano è permesso di accedervi, perciò io sono probabilmente qui soltanto nello spirito, per quanto abbia già messo su parecchi chili da quando sono arrivato."
Ora, un'altra persona al posto mio avrebbe forse concluso che Basilio proveniva da qualche manicomio, ma io non potevo non prendere sul serio chi era stato capace di portare un'azienda a un livello di produttività straordinaria in poche settimane. 
"Ma come pensi di poter tornare indietro?" gli chiesi. 
"Be', se una botta in testa ha funzionato all'inizio, funzionerà anche adesso, non ti pare? Solo non ho abbastanza presenza di spirito per provvedervi da solo".
Così dicendo Basilio si precipitò dietro la scrivania e vi tirò fuori una pesante asse di legno, e me la consegnò. Il pensiero di perdere quel prezioso collaboratore mi pareva, devo ammetterlo, terrificante, così le mie mani di ritrassero di scatto, e il legno cadde sul pavimento con un tonfo sordo.
"Ma non ti piacerebbe restare qui con noi?"
Basilio inclinò la testa e mi guardò di sbieco, storcendo il naso. "Stai scherzando? Questo mondo è pazzesco. A Venezia rischiavi di essere borseggiato, ma qui metti un piedi fuori dalla strada e… zac! Ti investono. E poi i rumori, c'è da diventare pazzi. A forza di stare seduto mi sono venute le piaghe nel posteriore, e quella fastidiosa abitudine di lavarsi ogni mattina! Cercate di grattare via anche i vostri peccati, forse? No, è un mondo che non fa per me. E poi…."
"E poi?"
"Be', in confidenza ti dirò, la scorsa settimana stavo passeggiando per il parco, quando ho visto una piccola folla di gente accalcarsi curiosamente in un angolo. Mi sono avvicinato, e …zac! Un vecchio signore giaceva lì per terra; doveva essere stato assalito da qualcuno di quei briganti sputafuoco, visto che aveva un piccolo foro nel petto. Quando qualcuno muore a Venezia, chiudiamo tutti i negozi in segno di lutto, e a seconda dello stato del defunto le campane rintoccano o rimbombano addirittura… invece qui la gente guardava il cadavere distratta, e proseguiva per la sua strada. Credo che il corpo di quel poveretto sia rimasto lì tutta la giornata… E il colpevole, m'immagino, starà ancora girando per la città. Noi, simili farabutti, li attacchiamo a quattro cavalli che poi sproniamo in diverse direzioni. ZAC! Via in quattro pezzi! E' il male minore. Questo è un mondo troppo pericoloso, è meglio che io torni a casa."
"Ma potresti avere un posto in ditta! E occuparti del commercio!" 
"Non se ne parla neppure. Questo genere di commercio è troppo semplice e scontato, non c'è divertimento né spirito di lealtà. Tutti sono autorizzati a copiarsi a vicenda. Da dove vengo io, se qualche artigiano osa rivelare i segreti dell'arte veneziana, ci pensano le nostre spie a punirlo. E' un mondo assurdo, questo, un popolo di peccatori e gente perduta dove le monete sono d'oro finto e le coscienze della gente così sporche che nessuno ti guarda negli occhi… le donne non sanno stare al loro posto… e gli uomini…. - disse lanciandomi un'occhiata indefinibile tra rimprovero e furberia-gli uomini non sanno badare alle proprie mogli…" 
Ero restato ad ascoltare il suo monologo presuntuoso con tutta la pazienza possibile, ma quella era davvero l'ultima goccia. Non gli piaceva il mondo dov'era ospitato? Bene, che se ne tornasse al suo. In un impeto di indignazione raccolsi il bastone da terra e vibrai un colpo con tutta la forza di cui ero capace. Non fu un colpo troppo vigoroso, visto che sono lontani i tempi in cui ero un discreto giocatore di tennis, ma fu sufficiente per far crollare Basilio a terra. Una delle sue scarpe volò dall'altra parte della stanza. Mi accorsi che aveva ancora legata al polso la campanella d'argento, che tintinnò un'ultima volta.
"Mi mancherà il burro d'arachidi," lo sentii mormorare. Poi più nulla.
"Ma che cos'ho fatto?" Mi ricordai improvvisamente che potevo essere denunciato per omicidio per un'azione del genere. Preso dal panico, lasciai cadere il legno a terra e corsi a chiamare un'ambulanza.

    Quando i medici arrivarono, nella stanza non trovarono proprio nulla, tranne una bizzarra pantofola color ocra.. Mi prescrissero un paio di calmanti e se andarono, lasciandomi solo con i miei pensieri. Evidentemente, Basilio era riuscito nel suo intento. Mi sono chiesto spesso, in seguito se Basilio non avesse messo in scena quella fastidiosa critica per invogliarmi a colpirlo. Non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Tuttavia sono sicuro che fu una nostalgia profonda quel che lo spinse a tornare da dov'era venuto, e non un semplice capriccio. Né a me né ad Anna era mai venuto in mente di chiedergli, per esempio, se avesse famiglia… 
Il risvolto più spiacevole della faccenda fu spiegare a mia moglie che il suo piccolo amico se n'è andato… da allora Anna passa pomeriggi interi su polverosi libri di storia, gira per casa in abiti medioevali ed ha persino imparato a suonare il liuto. Sembra così immedesimata che devo tenerla costantemente d'occhio per timore che decida di tentare la tecnica della botta in testa. 
Il mio modo di guardare le cose è un po' cambiato. Be', perlomeno evito di camminare per le strade senza notare la gente che mi sta di fronte, e ogni volta che guardo il telegiornale non posso fare a meno di pensare a come reagirebbe alle notizie Basilio. 
Intanto la sua pantofola si è guadagnata un posto d'onore sulla mensola sopra al camino della sala da pranzo, quasi si trattasse di un prezioso soprammobile.


Cercare di mettere assieme qualche nota biografica in meno di trenta righe non è un compito semplice, visto che qualsiasi cosa inizi a scrivere sembra inevitabilmente gonfiarsi e raggiungere dimensioni gigantesche. E' quello che è successo anche a questo racconto, che avrebbe dovuto essere un breve dialogo per il concorso interregionale dell'IRSE "Europa e giovani 2000". Del dialogo, in realtà, ha davvero poco, visto che più pensavo alle battute dei due personaggi e più si rafforzava la cornice narrativa. Ciò nonostante piacque alla commissione esaminatrice, che gli conferì il primo premio per la sua categoria, e spero piacerà anche ai lettori di questa rivista. Per chi fosse curioso di sapere quale fosse la traccia assegnata, suonava più o meno così: "Dialogo tra uno stilista di New York ed un mercante di stoffe veneziano". Se vi andasse di leggere qualcos'altro, il racconto "Il mestiere di scrivere" è stato pubblicato nelle edizioni ERI del 1999, dopo essere stato letto alla RAI nella trasmissione "La notte dei misteri". Insomma, sono nata il 9 giugno dell'81, quindi non potete aspettarvi una lista di pubblicazioni esagerate. Ma aspettate ancora qualche anno, chissà…

Segnini Elisa
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